Diario di New York :: Giacomo Rossetti ::

Diario di New York

 

La settimana scorsa sono tornato da New York. Dopo l’Africa sentivo l’esigenza di un’esperienza opposta per compensare il magone. Gli americani sono geniali: sono riusciti a rendere affascinante e bella una città oggettivamente brutta. Non oso immaginare cosa sarebbe oggi il mondo cinematografico se gli americani avessero avuto Firenze o Roma al posto di New York. Quando ci cammini dentro quello che vedi sono strade grandi, macchine grandi, case grandi: tutto grande. Anche gli scottex e la carta igienica sono grandi; più grandi rispetto ai nostri. I grattacieli enormi e gelidi con finestre tutte uguali e piccole ti costringono a torcere il collo come una giraffa impacciata per guardarli fino in cima. Dai tombini esce davvero il fumo; vapore caldo dei cunicoli riscaldati della metropolitana. A New York hanno tutti una gran fretta: si sono studiati un mondo liofilizzato in polvere per accorciare i tempi. Per colazione vuoi mangiare il pan cake? Prendi la bottiglia di plastica con dentro la polvere gialla, ci versi dentro dell’acqua, agiti bene, versi nella padella col fuoco acceso e la piadina all’uovo è pronta. Per pranzo vuoi una minestra multi vitaminica che sostituisca il primo e il secondo piatto? Prendi la bottiglia di plastica con dentro la polvere verde, ci versi dentro dell’acqua, agiti bene, versi nella pentola la metti sul fuoco e la minestra agli asparagi presto è pronta. Per cena vuoi una bistecca con l’osso, accompagnata da un contorno di verdure miste alla piastra? Prendi la bottiglia di plastica con dentro la polvere di bistecca e verdure, ci versi dentro dell’acqua, agiti bene, e ti ciucci mattina, giorno e sera una gran quantità d’acqua e polvere. Oppure se sei stanco della solita polvere puoi metterti in fila in un puzzolente fast food e ingurgitare alla velocità della luce un hamburger di mucca pallida condito con patatine fritte in olio assente. Strani gli americani. In questo mondo strano di gente strana, il wireless ha invaso addirittura Central Park, e se hai il tuo computer portatile, puoi consultare internet ovunque ti trovi: anche in mezzo all’erba che non sverdisce mai. Da qualche parte, seduto davanti ad uno schermo, navigando alla supervelocità americana in qualche sito newyorkese sono inciampato nel nome di quel locale: the Carlyle (http://www.thecarlyle.com).

 


Era, combinazione, lunedì. Quella sera, come ogni lunedì sera, suonava la New Orleans Jazz Band. Fuori era freddo ed io rientrai in fretta nell’appartamento caldo. Indossai una tuta comoda e mi sistemai sul divano con una tazza fumante di caffè francese in polvere al gusto di vaniglia. Certo il pensiero di infilarmi di nuovo nei vestiti e uscire la sera al gelo non mi aiutava. Ho comunque telefonato per riservare un tavolo. Il tavolo non c’era più, si era fatto corteggiare da un altro signore. Ho provato a chiedere se avessero una bottiglia in plastica con polvere marrone, dentro la quale versare dell’acqua per ottenere un tavolo con sedia aggiunta, ma non sono stato capito e il mio umorismo è affogato nell’indifferenza. Così mi hanno informato che al bar c’erano ancora degli sgabelli liberi. S’era fatta sera, intanto. Mi sono infilato un paio di pantaloni verdi di velluto, un maglione arancione e sono uscito. La metropolitana grigia L dalla 1a avenue mi ha scaricato alla 14a strada, Union Square; da lì, con la linea numero 5 verde sono salito fin su in Upper East Side, alla 86° strada. Camminando un po’ nella sera di New York sono arrivato all’angolo tra la 76° strada e la 35° avenue. Il Carlyle è un lussuoso hotel di Manhattan, con uno sfarzosissimo ristorante e un impeccabile café, dove ogni sera si alternano musicisti e cabarettisti. Un attentissimo portiere mi ha lasciato entrare sollevandomi dal compito di spingere l’enorme porta in vetri. L’entrata del Café ha ancora un’altra porta a vetri sulla destra. Per oltrepassare quella porta e sedersi devi avere una prenotazione: 95 dollari è il coperto per la cena. Oppure puoi decidere di andare a cercarti uno sgabello libero e in quel caso la cifra scende drastica ma con moderazione a 65 dollari. Oppure puoi sperare che nessuno ti neghi la visione da dietro al vetro, perché da lì riesci benissimo a vedere il palco che si trova esattamente a tre metri da te.

 

La New Orleans Jazz Band stava giusto cominciando a suonare. In mezzo, seduto su una sedia, un ometto imbarcato, secco e pallido, canuto e occhialuto suonava il clarinetto e aveva tutta l’aria di uno che non ha abbastanza fiato per poter arrivare infondo al primo pezzo. Era assorto, avrei detto assente, ma attento. Aveva anche tutta l’aria di essere l’uomo che stavo cercando, il musicista regista che ero venuto ad ascoltare: Woody Allen. Oltre ad averne l’aria era lui sul serio e col suo clarinetto stava improvvisando un dixieland spedito. La New Orleans Jazz Band lo sosteneva da dietro: pianoforte, contrabbasso, chitarra e batteria. Che ritmo, ragazzi… Ero emozionato, c’era poco da fare. Woody Allen, il genio del cinema americano era esattamente a tre passi da me, oltre uno spesso vetro fumé. Pregustavo già il sapore dolcissimo del mio drink da cento dollari, seduto su uno sgabello da sessantacinque dollari; di fronte a uno degli uomini più geniali della storia del cinema. Avrei accavallato le gambe, dondolando leggermente il piede più in alto, seguendo il ritmo astuto del jazz, che vibrante e incauto sarebbe penetrato nelle mie ossa. Ancora rapito dal pensiero cacciai le mani in tasca per frugare nei calzoni, alla ricerca dei dollari. Sembravano vuote. Avevo con me la carta d’identità; avevo la carta della metropolitana; avevo il coupon della dichiarazione doganale, ma dei dollari cambiati in aeroporto, niente, neanche l’ombra. Quindi avevo le tasche vuote. Avevo dimenticati il mazzetto di dollari nell’altro paio di calzoni. Sorrisi: dandola di nuovo vinta al mio inconscio, quando sul divano aveva pensato che infondo fuori era freddo. Ci fu poco tempo per pensare. Un signore vestito in abito scuro, con la testa spelacchiata ma il fare deciso, aprì la porta in vetro lasciando uscire una matassa di musica Jazz. Tenendo la porta aperta ma restandoci in mezzo, mi chiese cosa avevo deciso di fare: mi strinsi nelle spalle, abbozzai un mezzo sorriso a lui, guardai per l’ultima volta Woody e uscii per sempre dal Carlyle Café. Direzione metropolitana, tragitto al rovescio.

Non sono sicuro di aver capito appieno cosa sia successo quella sera, ma una cosa è davvero completamente chiara: in America non esistono ancora sedie liofilizzate in polvere.

 

Questo è il motivo per il quale i posti a sedere costano così cari.

 

Giacomo.


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