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Diario d'Africa
Non me l’aspettavo.
L'Africa non me l'aspettavo così. Un mondo tutto nero in una guerra senz'armi. Questo mondo del mondo che conosco ha ben poco. Credevo ci avessero ammaestrati bene con tutti quei documentari e quelle inchieste giornalistiche sul Terzo mondo... Invece non ero preparato affatto.
Uscendo dall'aeroporto mi sono trovato di fronte a un silenzio polveroso: nessuna traccia della solita colonna sonora in sottofondo. Era tardi, quasi mezzanotte, quando la carcassa con le ali, partita da Nairobi, è atterrata a Mombasa. Delle valige nessuna traccia: succede un po' dappertutto. Esco dall'aeroporto alleggerito nel peso e entro in un mondo buio. L'aeroporto somiglia a un parcheggio: tre macchine prossime allo sfasciacarrozze aspettano; un banco della Coca-Cola si atteggia e pretende d'esser chiamato bar. C’è poco altro: qualcuno aspetta chi è sceso. Ad aspettare me c'è un uomo tutto nero con una t-shirt bianca. Washington. L'ho seguito perché sapeva il mio nome e non è che avessi troppe alternative a quell'ora... Saliamo su una delle tre macchine: pare sia un taxi. Attraversiamo una specie di frontiera: due tute mimetiche magre e ossute come il fucile che hanno appeso addosso alzano una sbarra a mano. Fuori il buio è pesto e i fari illuminano baracche e gente nera. Washington ha una voce profonda e parla poco. Allora guardo dal finestrino. La strada è malmessa, sterrata e piena di buche piuttosto profonde. Balliamo e con noi tutti gli ammennicoli appesi al vetro del taxista. Ai bordi delle strade le capanne: sembrerebbero tirate su col fango, fatte di legna annerita e lamiere. Case in muratura per ora niente. Ogni tanto si vede un fuoco acceso dentro al bidone e gente nera tutto intorno. Le ombre scure sono parecchie: qualcuna guarda l’unica macchina passare. Ma dov’è che sono finito? Un bianco solo dentro al terzo mondo. Ho una testa bastarda che pensa a sproposito e mi rompe i coglioni. Senza chiedere il permesso prende e s'azzarda a pensare ad alta voce: “ora qualcuno col macete si riprenderà la rivincita sull'occidentale avventato!”. Provo a tapparmi le orecchie ma il macete... Il macete! Chissà se qui ci arrivano i nostri!
Sono stato avventato ad organizzarmi così, ma mi è andata bene. Abito in un palazzo col cancello e il lucchetto e il guardiano col bastone seduto per terra. Sono di nuovo trai privilegiati. Ho il tetto; ho anche il letto con la zanzariera; il bagno scuro con il tubo per la doccia; ho il divano per scrivere; la cucina e il frigorifero. Il pavimento e' in cemento ricoperto da un foglio incerato appiccicato in terra. Dormo insieme a Washington, Ben, Andrew e una ragazza silenziosa: Lea. In casa viaggiano su canali preferenziali le formiche e alcuni insetti piccolissimi che saltano: pulci? L'altra mattina nel frigorifero sul pancarrè c'erano due insetti neri con le antenne tendenti al rosso; nonostante la temperatura lievemente ventilata dell’apparecchio, parevano essere piuttosto a loro agio. Le finestre della camera si affacciano sul cimitero. Sugli alberi ci sono i corvi, neri e bellissimi; aggrappati a mazzi ai rami i pipistrelli giganti. L’aria è umida, pesante; è agosto ma qui è pieno inverno e fa caldo.
Il posto in cui vivo si chiama Kingorani e' un quartiere povero della città di Mombasa. Nel centro della città, che somiglia di più al mondo che conosco, la gente brulica. Ci sono palazzi in vetro e banche e autosaloni. Sono uscito la prima volta per cercare una banca e cambiare i soldi e mi sono ritrovato in strada come un coriandolo bianco in una città nera. “Sanno che sei qui. Ti stanno aspettando!”. La mia stupida testa tenta di mettermi paura.
Ci riesce piuttosto facilmente, è brava in certe cose. Cammino e non riesco a star di fronte a tutti questi occhi che incontro. Sei in Africa, quella vera: non è come nei documentari o nei libri di geografia... nemmeno come ti racconta chi ha fatto il viaggio di nozze nel lodge quattro stelle lucidato per l'occasione. Questa polvere è vera. È vero quest'odore. Sono veri gli occhi di chi mi guarda. Le strade storte e le case sono unte per davvero. Le persone che sembrano stanche, che si trascinano. Le macchine, i camion, le lambrette che passano e levano la polvere; le galline, le capre e i cani secchi che bivaccano. L'odore in aria non lo riconosco ma è vero: pare somigli a qualcosa, forse carne affumicata, forse è roba da mangiare; forse terra polverosa, gomma bruciata, olio di motore, puzzo di benzina; un misto forte a cui si aggiunge la folata indelebile del mio sudore. Ho le ascelle fetide: è l’organismo che reagisce così all’agitazione. Una rivolta interna.
Cammino per la città, sono nervoso; qualcuno mi guarda e ride. Non sorride, ride. Un carro storto s'è appoggiato al muro: ha le ruote di un furgone fossi in lui tenterei la fuga, invece non si muove e vende le banane. Arrivato vicino al centro il fiume di gente nera m'investe. Ho la mano inchiodata al borsello nella tasca anteriore dei jeans. Ci sono strani movimenti di gente che si accosta troppo. Resto alla larga e cambio zona. Ogni tanto passano dei furgoncini, tutti colorati, con le ruote larghe e la musica hip-hop a tutto volume: si sentono le casse sfondate. Dentro ognuno una decina di facce nere. Si chiamano Matatu: piccoli bus che fanno servizio taxi. Una corsa costa al massimo l’equivalente di trenta centesimi. Sulla porta scorrevole del furgone ci sta ritto un ragazzo, vestito dello stesso colore dell’autista, rosso bordeaux. Tiene le banconote e le monete in una mano e con l'altra s'aggrappa al furgone e urla il nome del posto in cui è diretta la corsa. Le banconote le piega in due per il lato lungo e tiene ogni striscia fine tra l'indice e l'anulare: nel palmo stringe gli spiccioli ben ordinati per quantità. Dentro i furgoni sono stati smantellati e ci sono stati applicati quattro file di seggiolini. Riescono ad entrarci anche quindici sedici persone dentro a ognuno. Ce ne sono a centinaia di Matatu colorati. Ognuno personalizzato con disegni e scritte su Dio e la sua grandezza. Dio e la sua grandezza!
A pranzo e a cena si mangia l'Ugali, un pastone di farina di mais che viene cotto in acqua scaldata su piccolo braciere, in cui viene acceso il fuoco. L'Ugali si accompagna con verdure lesse e pezzi di carne e si mangia con le mani: “Nataka Kukula Kunguro na Magnoya”. Mangio il corvo con le penne.
Ogni mattina mi alzo alle sette. I pipistrelli a quest’ora si sono già calmati. Di notte fanno la stessa confusione che farebbe una classe elementare nell'ora di ricreazione. Cercano insetti africani. I corvi neri sono gli uccelli più belli e me ne sono accorto qui. Anche loro urlano sgraziati la loro fame. In mezzo alle urla notturne dei volatili neri ogni tanto si leva il canto malinconico dalla moschea che richiama i fedeli alla preghiera. Quando non riesco a dormire esco in terrazza e anche se non so pregare rimango in religioso ascolto. Di solito alle sette sono in piedi. Dormono tutti a quest'ora: dorme Ben, dorme Andrew, dorme Washington, dorme Lea; dormono anche i due insetti dentro al frigo. Esco da sotto la zanzariera mi spruzzo mezzo tubetto di anti zanzara dappertutto e vado in bagno. Piscio, mi sciacquo, mi vesto e faccio colazione. In cucina c’è il pane tostato. Scaldo l’acqua sul fuoco, lascio che bolla e ci verso dentro una polvere di tè e zucchero grezzo.
Esco fuori in terrazza e spezzetto il pane sul bordo della ringhiera in cemento. I corvi si abituano in fretta e in fretta passano parola. Fare colazione con trenta quaranta corvi intorno è rassicurante. Esco, scendo in strada, aspetto il matatu all’angolo e in mezz’ora sono a Bamburi. Ogni volta il matatu si svuota e si riempie di gente strana: visi neri rattrappiti dalla vecchiaia, qualche faccia bianca d’occidente, mussulmane col velo, bambini che vanno a scuola, chi torna dal mercato con sacchi di tutto, chi ha in braccio cosce intere di animale appena spezzato, con le mosche e il puzzo di carne morta addosso. Arrivati a Bamburi manca ancora un quarto d’ora di cammino prima del Wema Center. Il centro dove vivono i bambini è un’isola in mezzo alla baraccopoli. La strada per arrivare al centro si snoda in mezzo alle baracche: quelle lungo la strada si sono attrezzate per vendere qualunque cosa. Le bancarelle con la roba da mangiare sono le più curiose: immagino che le galline che non vedo più oggi rovistare per strada siano quelle fritte a pezzi e poi esposte domani. Pollo fritto in olio denso, patate fritte a pezzi e mais cotto sul fuoco. Non mi sono mai avventurato sul pollo fritto ma le patate e il mais li ho assaggiati: il mais non sa di niente, esattamente come in occidente, ma le patate erano buone. Ricordo quella volta in cui scovai un fast food, il Wimpy-Burgher, dopo dieci giorni passati a mangiare soltanto Ugali. Era tardo pomeriggio e avevo fame. Mi sedetti e ostentando una calma che non mi appartenevano ordinai hamburger e patatine fritte. Trangugiai il panino con avidità e poi finalmente sazio di sapori più familiari, rincasai a piedi col cuore più leggero. Dalle zanne bianche percorsi tutta la strada nel buio fino a Cementry Road. Quella cena inaspettata mi regalò una serata diversa: e anche i tre giorni seguenti furoni diversi, dato che mi venne una diarrea terribile e fui costretto a restare sul water a cacare tutto quell’olio fritto.
Al Wema Center si entra per un cancello pesante di ferro: ogni mattina busso sul portone e il ragazzo della garitta mi lascia passare dopo avermi scrutato. Non li sopporto i bambini occidentali: tranne poche eccezioni, sono realtà incomprensibili, organismi viventi che si muovono e spesso fanno troppo chiasso. Un egoista come me non li vede i loro bisogni; io ho tempo solo per i miei. Qui al centro i bambini di cioccolata sono quasi tutti orfani e il sessanta per cento di loro ha contratto l'aids da violenze sessuali subite o da genitori malati. Le malattie, la fame, le violenze e la droga: un uomo campa in media quarantanni in Africa. Per lo meno dentro al Centro ai bambini vengono assicurati due pasti al giorno e una vita decisamente più sicura, anche se non sempre serena. I bambini meno fortunati quelli che vivono all'esterno del Wema, sono perennemente in balia della colla. Molti bambini si drogano così: il mastice con cui si fanno le scarpe li assuefà e intanto brucia loro i polmoni. Qualcuno vende loro la colla per pochi spiccioli che loro si procurano chiedendo l'elemosina per strada. Anziché dargli spiccioli a uno di loro offrii una cena da Wimpy. Io non mangiai, mi tenni alla larga dall'olio africano, ma quel bambino si fece fuori mezzo pollo, patatine fritte e una porzione gigante di Coca-Cola. Tutto quello che non riuscì a mangiare lo incartò per portarlo agli amici in strada. Ricordo ancora quell'aria serena, quella voce stanca e rilassata che aveva dopo aver cenato...
Tra esattamente un mese tornerò nel mio mondo, con la macchina che brucia benzina ecologica, con il cellulare e la rete globale, con la pizza e la maionese in tubetto, con il dopobarba, con la crema solare, con i parcheggi a pagamento, con le lampadine a risparmio energetico. Tra un mese sarò a casa; e quel ragazzo che ho visto ieri, disteso su un cumulo di spazzatura, con la caviglia visibilmente mangiata dalla cancrena, sarà certamente già morto.
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